Museo civico di Termini Imerese, conclusa la prestigiosa mostra di arti plastiche e figurative curata da Giacinto Barbera

Opposti e complementari
contenuto a cura di Marcella Moavero

Si è conclusa in questi giorni la mostra di Arti Plastiche e Figurative dal titolo “Arte e democrazia: linguaggi diversi a confronto”, svoltasi all’interno di una cornice splendida quale quella della tardo-gotica cappella di San Michele Arcangelo (XV sec.), un gioiello architettonico riccamente decorato con un ciclo pittorico di affreschi, che si trova all’interno del museo civico “Baldassarre Romano” di Termini Imerese, ex ospedale della SS. Trinità, accanto alla bellissima Chiesa di Maria SS. Della Misericordia (XV sec.).

La mostra era stata inaugurata il 4 agosto del 2017, fortemente voluta dall’assessore alla Cultura, professoressa Loredana Bellavia, accolta con entusiasmo dal responsabile del museo Fabio Lo Bono e curata dall’architetto Giacinto Barbera, docente di discipline progettuali e Laboratorio di Architettura presso la sez. Architettura e Ambiente del Liceo Artistico G. Ugdulena di Termini Imerese.

L’architetto Barbera ha volutamente scelto la piccola Cappella di San Michele come contenitore della mostra, invitando per l’occasione otto artisti contemporanei legati al mondo della scuola. Egli ha da subito evidenziato come importante sia il legame tra Arte e Scuola, in quanto entrambi spazi virtuali in cui Ricerca e Sperimentazione trovano l’humus adatto per la creazione di forme e linguaggi originali. Non è un caso infatti che gli otto artisti provengano tutti dall’ambiente della Scuola, in particolare dall’Istituto d’Arte e dall’Accademia delle Belle Arti, in cui molti sono stati alunni e professori ed alcuni lo sono ancora.

Si è trattato di pittori e scultori dal grande talento, tutti sperimentatori di linguaggi originali e del tutto personali e di tecniche tra le più svariate e complesse: Gianni Ballistreri, Sebastiano Catania, Giovanni Di Nicola, Giuseppe Forte, Ennio Parasiliti, Salvatore Piazza, Silvana Schittino, Pino Valenti. Ho voluto dunque analizzare il linguaggio di ciascuno in modo sintetico e partendo dalle emozioni forti che le loro opere suscitano. Ho dedicato a ciascun artista una coppia di termini, o tra loro antitetici o di volta in volta complementari, che possano sintetizzare il significato che il loro linguaggio artistico assume ai miei occhi. Premetto che non analizzerò le opere singolarmente, ma l’insieme delle emozioni da esse suscitate.

 Gianni Ballistreri. I suoi paesaggi, opere pittoriche fortemente espressive e caratterizzanti un Topos, costituiscono un luogo fisico e al tempo stesso interiore. E’ il sito della Sicilianità. Natura-Artificio sono i due opposti che riscontro nella sua Arte. I paesaggi hanno tutti i colori forti del sole, del cielo, del mare, della terra. Integra gli intensi e solari gialli con gli azzurri di mare e cielo, con i verdi e i colori bruciati delle terre, bilanciando gli ocra e i marroni. Enfatizzate prospettive accennano a luoghi caratterizzati da uno spazio reale, ma al tempo stesso negano la tridimensionalità portando tutto il colore su un unico piano, bilanciato da macchie dalle varie intensità cromatiche. L’artista sembra giocare tra figure e sfondi, in quanto nell’insieme si nota un paesaggio ma contemporaneamente si intravedono figure enigmatiche e quasi misteriose, nel loro essere sia appezzamenti di terreno sia oggetti desunti da forme naturali. Natura, ma al tempo stesso Artificio: nei paesaggi che sono interiori, che hanno una connotazione selvaggia data dall’intensità cromatica, compare quasi sempre contemporaneamente un elemento, a volte un unico elemento, che richiama la presenza dell’uomo, un artificio che evidenzia il suo essere altro dalla natura e altresì il suo essere generato da essa e dunque la sua stessa appartenenza alla grande Madre.

Dalla vigorosa contraddizione e opposizione concettuale, hanno costituito la base delle mie riflessioni sull’arte di Sebastiano Catania due termini opposti, Eros e Tanatos, Amore e Morte. Nascondono il tema della passionalità, che attanaglia lo spirito umano divorandone corpo e anima. Le sue sculture, nel loro colore di terre bruciate dell’argilla cotta, ascendono verso l’alto in una sinuosità che parte dalla materia e genera spirito. Parte da temi mitologici, da amori narrati dagli antichi miti greci e latini che narrano l’Amore, umano, divino, carnale, spirituale. Le citazioni classiche divengono un pretesto per raccontare l’Amore in tutte le sue accezioni. La base della scultura parte da un ondoso movimento spiraliforme che diviene forma definita, riconoscibile, nella parte centrale delle sue sculture, in cui mette a fuoco un frammento figurativo, in cui uomo e donna prendono vita, danno la vita; l’uomo pone la mano sul ventre materno, il centro della vita; ecco che questo gesto diviene un gesto generatore sintesi dell’unione carnale che li costituisce quali tutt’uno nella materia; questa inizia a rarefarsi, inizia a divenire sinuosa nell’ascendere verso l’alto e svanendo in una sorta di fiamma che si avvita nello spazio. Il figurativo diviene astratto. La materia muore nello spirito. L’Eros diviene Tanatos, l’Amore carnale diviene Amore in tutte le sue accezioni, spiragli d’immortalità.

Ho voluto sintetizzare l’arte di Giovanni Di Nicola utilizzando i termini opposti Vicino-Lontano. Egli è un raffinatissimo scultore. Lui lavora i metalli facendoli vivere, cantare, suonare, attraverso un delicatissimo intreccio di elementi che rende filiformi, dando loro una leggerissima ed elegante inconsistenza ed arricchendo le sue opere delle varie cromie insite nei diversi materiali metallici, oltre che date da tocchi di smaltatura. Il suo risulta essere un linguaggio molto spinto verso la sperimentazione dell’Arte contemporanea. Il linguaggio delle opere diviene diverso a seconda della visione che se ne ha, per l’appunto, da Vicino o da Lontano. Il suo linguaggio infatti crea una perfetta armonia tra Figurativo e Astratto in quanto, un lessico artistico estremamente e volutamente stilizzato attraverso l’uso virtuoso della tecnica, crea una visione da Vicino in cui si riconoscono forme desunte dalla realtà, intrecci di fili metallici che divengono figure umane che si legano suscitando forti valori quali la fratellanza, l’amore, l’armonia di un abbraccio o di strette di mano; ma al tempo stesso determina una visione da Lontano astratta, in cui le figure si dissolvono attraverso l’intreccio di fili che ascendono spesso verso l’alto e che generano forti emozioni apparentemente avulse dalla realtà, ma anch’esse forti e toccanti tutte le corde dell’essere.

Ieri-Oggi, sono gli opposti che caratterizzano per me le opere pittoriche di Giuseppe Forte. Con un linguaggio figurativo che diviene al tempo stesso Iper-realistico, quasi fotografico, rappresenta la contemporaneità, nel bene e nel male. Eppure forti linee di contorno quasi contraddicono la rappresentazione realistica rendendola al tempo stesso stilizzata, fissando un volto, uno sguardo, una problematica. L’uso di macchie di colore taglienti, lanceolate e giustapposte bruscamente l’una all’altra bloccano i personaggi in una fissità voluta che fa pensare, fa riflettere. I volti da lui rappresentati, dalla drammatica intensità, richiamano l’Oggi che però riporta a Ieri, richiamano la cronaca dell’attualità, delle vite, spesso spezzate, degli emigranti, tematica fortemente presente e che riguarda ciascuno di noi; risalta al tempo stesso il volto di un clown, che quasi con i suoi vivaci colori stempera la drammaticità dando un tocco di amara ironia. Ma al tempo stesso tutto ciò porta al passato, a Ieri, a periodi lontani del ‘900 in cui molti Italiani, tra cui tantissimi Siciliani, erano costretti ad emigrare, spesso in America, nella speranza del fare vivere ai propri figli un futuro dignitoso. Corsi e ricorsi storici tornano Oggi, così come sono stati Ieri e come saranno probabilmente Domani riproducendo la Storia in una continuità estenuante.

Ennio Parasiliti è un giovane che dimostra talento e capacità di sperimentazione formale e tecnica. Dentro-Fuori è stato l’opposto suggerito dalla sua opera. Si tratta di una tela di grandi dimensioni dai toni cromatici pacati. Una tela, ma al tempo stesso sovrapposizione di tele, di materia i cui tessuti si pongono l’uno sull’altro donando una matericità complessa all’opera. Lui suggerisce il Fuori, un ambiente urbano, o perlomeno il dettaglio di un paesaggio cittadino, il particolare di una facciata che potrebbe essere quella di una casa di città o di un paese non ben identificato: una finestra, chiusa, in cui il riflesso del vetro è indicato da una macchia dalla sagoma sfaccettata gialla; una sorta di lesena, elemento verticale, che dà alla stessa una definizione temporale evocando uno stile che riporta ad un tempo passato. Sulla destra una natura morta evidenziata da una sintetica e stilizzata linea nera, che ne rileva solamente il contorno, sembra contraddire la concezione spaziale di un esterno, suggerendo un interno. Dentro – Fuori, le due reali dimensioni in cui vive l’uomo e in cui crea la propria storia, sociale e personale, collettiva e intima, privata, sono le due sfere in cui egli vive la propria unicità indicata da pochi colori, tenui ed essenziali.

Salvatore Piazza è uno scultore che lavora l’argilla trasformandola nella fisica matericità della terracorra. La forza di questo materiale sta nel colore, che prende vita dalla terra con i suoi caldi toni del bruciato. Due termini complementari, che hanno bisogno l’uno dell’altro, che vivono l’uno nell’altro, mi hanno suggerito la sintesi della sua arte: Materia e Spirito, che possono a loro volta derivare dai due termini Terra e Cielo, due dei quattro elementi componenti il cosmo, contrapposti e giustapposti al tempo stesso, che suggeriscono due luoghi fisici ma anche simbolici. Piazza basa la propria arte sul concetto di spiritualità: queste forme sinuose e anelanti verso l’alto, ascendenti dalla Materia, da cui fuoriescono creando dei rilievi in cui prevale la dimensione verticale, al puro Spirito, suggeriscono una sacralità e simultaneamente un forte senso di dinamica flessuosità che cerca il Cielo. Fanno quasi ricordare il lato verticale del legno di una croce in cui, in una sintesi estrema di emozioni e sentimenti, l’elemento orizzontale si perde quasi tornando alla dimensione della Terra. E’ forse la continua ricerca da parte dell’umano che sfiora e mai raggiunge la dimensione del divino.

Silvana Schittino trasmette forti emozioni attraverso un linguaggio totalmente astratto. Raffinata e ricercata risulta la sua arte caratterizzata da un turbinio di colori riportati su tela. Colore e Forma sono i due elementi complementari che non possono fare a meno l’uno dell’altro, i quali descrivono l’espressività della sua pittura. Elementi spiraliformi creano dei vortici di colore, dilatando un ricordo di cielo. Piccoli elementi si amplificano, preannunciano un’ampiezza infinita; minuscoli frammenti, spesso in tinte calde quale l’arancione, anticipano l’immensità cosmica. La terra scompare e si dissolve di fronte ad una vastità che ingoia, inesorabile, la realtà. Tutto ciò evoca un turbamento e sentimenti che rimbombano nella nostra anima. Le emozioni suggerite da ciò che non è riconoscibile nella realtà spesso risultano emotivamente più coinvolgenti dell’assistere a reali situazioni che viviamo nella quotidianità. Così come la musica fa vibrare, pur non vedendo, tutte le corde del nostro animo, così il colore implode violentemente all’interno dell’essere per esplodere all’esterno in intense emozioni.

Concludo degnamente con Pino Valenti, che si esprime attraverso l’intarsio del legno; lui fa parlare questo materiale, già vivo nella sua essenza vegetale, attraverso il linguaggio del colore. Lega come in un mosaico le varie sagome dalle diverse cromie. Sempre riconoscibili nelle sue opere sono le figure umane, reali ma stilizzate e ben distinte. Spesso rappresenta il mondo circense, ma anche quello dei musici, quello delle bande di paese che rallegrano le feste specialmente nelle piccole cittadine. Con uno stile quasi fumettistico, in quanto equilibrato ed enfatizzato da tinte chiare e scure fortemente contrastanti, il colore si fa musica, la musica si fa geometria e sembra incidere l’aria con piccole superfici, spesso pentagonali, che dettano, con la loro essenza precisa e quasi numerica, un ritmo serrato e giocoso. La musica fende l’aria attraverso il colore, trasmettendo gioia di vivere e grande senso di vitalità.
Tanti sono i linguaggi artistici che ci trasmettono infinite sensazioni, ma tutti contribuiscono ad arricchire, nella loro varietà, ciò che di più elevato distingue il genere umano, cioè la Conoscenza.

Grazie dunque a questi valenti artisti per il loro prezioso contributo alla Cultura della storica Termini Imerese.