“Suca” è tesi di laurea all’Università di Palermo

Suca”. Se vi dicessero che una ragazza ha basato la propria tesi di laurea su questa scurrile (almeno apparentemente) parola, ci credereste?

Eppure è proprio quello che ha fatto la dottoressa Alessandra Agola laureatesi all’università di Palermo in scienze della comunicazione con una tesi, appunto, sul turpiloquio più utilizzato dai siciliani, oggi diventato un vero e proprio mantra. Un’argomentazione apparentemente frivola, ma che dietro ha invece un portato culturale molto ampio.

“L’idea nasce – afferma la neolaureata – dall’attenzione per la street art e dall’osservazione dei muri della città, che mi hanno portata a vedere una reiterazione unica nel suo genere.” Una singolarità, la riproposizione del bisillabo più famoso in Sicilia su numerosi muri, porte, banchi di scuola, che sicuramente era degna di essere analizzata. Lo studio di Agola, intitolato “S-word. Segni urbani e writing” non è però incentrato tanto sulle origini della parola (già coniata negli ultimi anni ’70), che almeno inizialmente aveva connotazione invereconda, quanto piuttosto sull’evoluzione di significato e sulla sua influenza nella cultura siciliana. Ci si chiede infatti se, ora che è diventata virale, essa conserva ancora il suo significato originario.

Nel corso del tempo, “suca” ha infatti abbandonato progressivamente, ma non del tutto, la sua essenza di imperativo o di offesa a sfondo sessuale (così com’era almeno alla sua nascita) ed è divenuta parte del folklore e del vocabolario siculo: viene utilizzata in numerose situazioni e con disparate intonazioni, ciascuna delle quali ha una sfumatura di significato diversa che varia di caso, un po’ come “minchia”.