Un femminicidio mancato, la storia di Lidia Vivoli

Un femminicidio mancato, la storia di Lidia Vivoli

Un femminicidio mancato, la storia di Lidia Vivoli

Negli ultimi 5 anni si sono registrati circa 774 casi di femminicidio. Una media di circa 150 all’anno.
Significa che in Italia ogni due giorni (circa) viene uccisa una donna.
Noi di Himeraweb.it vogliamo raccontare la storia di Lidia Vivoli, una donna sopravvissuta ad un tentato femminicidio, con la speranza che quest’anno non pubblicheremo articoli che tratteranno questi argomenti.

La storia di Lidia

Lidia Vivoli, 46 anni, originaria di Bagheria, una città in provincia di Palermo. In passato ha lavorato come assistente di volo per la compagnia Windjet.
Lidia oggi è una donna disoccupata, una donna che ha paura, ma che continua a lottare per convincere le altre donne a denunciare e a reagire.

Era la notte tra il 24 e il 25 giugno del 2012, quando il suo compagno di allora l’aggredì colpendola con una padella in ghisa.
Era l’1,45 di notte, Lidia ricorda bene l’orario, dato che si era svegliata sentendolo andare in bagno e aveva guardato l’orologio. Da quella notte, quell’ora per lei è diventata quasi un’incubo.

A Gennaio 2012 quell’uomo la picchiò per la prima volta, poi le chiese perdono, disse che non le avrebbe fatto mai più del male, che era stato solo un momento. In modo ingenuo, da donna innamorata, quella volta lei lo perdonò.
Quello che ci racconta Lidia è un femminicidio mancato. Ogni giorno leggiamo e sentiamo di donne uccise dall’uomo che diceva di amarle, uomini che professano amore, ma che in realtà vivono una realtà distorta dell’amore, un amore malato.

Il racconto di quelle ore

“Da tempo tra noi c’erano problemi. Era gelosissimo, ogni appuntamento pensava che celasse un tradimento. Poi non lavorava e praticamente ero io a mantenerlo”. Inizia così il racconto di Lidia, ormai ne parla quasi tranquillamente, nei suoi occhi si legge la voglia di lottare: “Quella notte, dopo l’ennesima discussione, andò in bagno e qualche minuto dopo tornò con una padella di ghisa con la quale cominciò a colpirmi fino a rompermela in testa. Poi afferrò le forbici, me le conficcò nella schiena. Io reagii, provai a disarmarlo, ma le forbici si aprirono ed un fendente mi squarciò il sopracciglio sinistro, fino allo zigomo.
Non ci vidi più. Il sangue, copioso, mi arrivava in bocca, annaspavo. Volevo fuggire, mi buttò per terra, provai a passare da sotto il letto, ma un altro fendente mi aprii il coccige. Con una mano mi afferrò per i capelli, con l’altra staccò la presa dell’abat-jour dal muro. Voleva soffocarmi.”

Lidia lottò, lottò con tutte le sue forze quella notte, mentre l’uomo che diceva di amarla continuava a picchiarla, tentò di soffocarla anche con il filo del ventilatore, quando si accorse di non riuscirci, iniziò a darle pugni sul volto.

I ricordi di Lidia

“Gli chiesi:perché vuoi ammazzarmi? Lui non rispose Si mise in ginocchio accanto a me, prese le forbici e le conficcò nel mio addome. Si mise sulle forbici con tutto il suo peso. Pensai che fosse la fine. Colpii le forbici, le tolsi dall’addome ma, con questo gesto, mi procurai uno squarcio sulla coscia destra”.

Arrivati a questo punto, Lidia ci racconta che reagì colpendolo in uno dei punti deboli maschili, ma da quel momento, per lei, iniziarono le quasi tre ore di sequestro, 2 ore e 45 minuti per l’esattezza.

Mentire per salvarsi

“Lo convinsi che non era successo nulla continua Lidia Viloli poteva andare via, se voleva, che non lo avrei denunciato. Dopo 2 ore e 45 minuti andò via. Io chiamai il 118 ed aspettai. I medici rimasero senza parole dalla violenza che aveva utilizzato contro di me, uno di loro, provò a fare una battuta, per provare a farmi sorridere, anche se in quei momenti era difficile. – Signora, ha proprio la testa dura, fortunatamente, disse. Lui venne condannato per tentato omicidio e sequestro, patteggiò”.

Il Pubblico Ministero chiese nove anni, ma gliene diedero 4 e mezzo. Cinque mesi dopo era fuori, libero di vendicarsi.
Tornò a perseguitare Lidia per altri 2 anni, fino all’aprile del 2015, quando finalmente l’arrestarono, ma dopo due anni e mezzo è stato quasi rimesso in libertà.

“Il 10 ottobre doveva uscire: condannato a 4 anni e 6 mesi per tentato omicidio nei miei confronti, ha patteggiato scontando una pena di poco più di 2 anni e mezzo. Una settimana dopo mi convocano i carabinieri –  aggiunge Lidia -. La scarcerazione si è fermata perché è stato emesso un ordine di custodia cautelare nei suoi confronti dopo tutte le mie segnalazioni. Ma quanto potrà durare? A gennaio ci sarà il processo” .

Lidia teme per sè e per le persone alle quali vuole bene : “Quando era ai domiciliari, ha picchiato me e il mio nuovo compagno, mi ha fatto stalking, mi ha perseguitato: per questo motivo ora è in cella e subirà un nuovo processo”.

Le parole dell’ex compagno

Le vittime di femminicidio o di violenza o di stalking, spesso vengono accusate di essere le provocatrici delle loro violenze.
Anche in questo caso, l’ex compagno, ha sempre continuato ad incolpare Lidia.

“Mi ha tormentato senza sapere il perchéLui ha detto di avere la coscienza pulita, che la colpa è mia –dice Lidia -. Che gli ho mentito, che lo tradivo (peccato che mi accompagnava ovunque, pretendeva di assistere perfino alla ceretta). Lui continua a dire che non è vero, che sono una donnaccia, che non voleva uccidermi”.

Una nuova vita, ma con la paura che il passato possa ritornare

Lidia oggi ha una nuova vita, ha un compagno, Salvo, che la ama e due gemellini, Morgana e Francesco Paolo che sono la sua vita.
Salvo mi ha sempre protetta – ci spiega -. Lui si innamorò di me, ma io ero terrorizzata all’idea di dormire con un altro uomo accanto… Dopo 26 mesi di corte, io ho ceduto … Era il febbraio del 2015”.

Quando ad agosto scoprì di essere incinta, Lidia provò un’immensa gioia, il suo sogno si stava coronando e dopo nove mesi nacquero Morgana e Francesco Paolo, ma la vita di Lidia continua a non essere facile: “La vita non è facile, senza lavoro, con la paura di trovarmi davanti l’uomo che ha tentato di uccidermma sono grata, alla vita, per avermi donato i gemellini e un uomo che mi ama veramente”.

La raccolta firme

Lidia ha aperto una petizione su change.org per chiedere al ministero dell’economia di inserire le donne vittime di violenza tra le categorie protette, in modo che possano ricostruirsi una vita lontano dai luoghi, e spesso dalle persone, che hanno segnato la loro esistenza. Petizione che ha già raccolto oltre 35mila firme.

“Tra le categorie protette ci sono i reduci della Seconda Guerra Mondiale, eppure anche noi siamo reduci. Abbiamo ferite fisiche, emotive, psichiche. I testimoni di mafia vengono ricoperti d’oro, noi siamo testimoni con le nostre ferite. Ogni anno molte donne muoiono per mano di un uomo e molte di più sopravvivono senza che nessuno faccia niente per loro. E’ ora che la gente guardi in faccia la realtà. Che abbia lo stesso coraggio di guardare le mie foto tanto quanto ne ho avuto io di diffonderle”.

Lidia continua a lottare per tutte le donne che non riescono a trovare il coraggio di lottare, di denunciare: “Bisogna avere il coraggio di denunciare tutto ciò, ma lo Stato deve tutelarci! Ecco quindi la mia proposta: creare delle liste di collocamento per garantire un lavoro alle vittime di violenza, alle donne come “categoria protetta”.

Non solo un posto in cui andare a rifugiarsi nel momento della fuga, ma una vera a propria garanzia del nostro ritorno all’indipendenza, lontano da quegli uomini violenti che hanno tentato di ucciderle.
Clicccando qui è possibile firmare la petizione.

Premio Semplicemente Donna 2017 – Donna Coraggio 2017

 “Siate artefici del vostro destino. Non accontentatevi e lottate sempre per quello in cui credete, per ciò che amate”

È questo il messaggio con il quale si è chiuso il premio Semplicemente Donna 2017.
Un appello chiaro riassunto nella potenza delle parole del Premio Nobel Leymah Gbowee, scelta quest’anno dalla giuria del Premio come “Donna per la Pace”.
Donne che hanno cambiato la storia, guerriere, mamme, imprenditrici e sopravvissute.
Si è tenuta lo scorso 25 Novembre la premiazione di donne forti, coraggiose che continuano a lottare giorno dopo giorno contro il male della società che ci circonda, tra le donne premiate, anche Lidia, alla quale è stato attribuito il riconoscimento come Donna Coraggio 2017.

Di seguito il video girato nella sede di Radio Panorama nel quale Lidia ci mostra e racconta i premi ricevuti:

Una canzone per Lidia e per le donne vittime di violenza

Si chiama Alessandro Bovo, in arte Shy, ed è un rapper Veronese.
Shy ha conosciuto la storia di Lidia tramite dei post su facebook, leggendo ciò che le è successo ne è rimasto colpito e subito ha scritto di getto un pezzo, lo ha messo in musica, con discrezione e ne ha realizzato un videoclip.

“Nel pezzo descrivo la storia vera di Lidia Vivoli – ha affermato il rapper -. Io ed Hely, la cantante che duetta con me, stiamo cercando di dare un messaggio tramite questa canzone, vogliamo far capire a tutte le donne che non sono sole, che la violenza va denunciata e deve finire”.

Di seguito il video del pezzo dedicato a Lidia:

L’appello alle istituzioni

“Vi mostro il mio corpo. Quello che nessuno vuol vedere, un corpo massacrato, dilaniato da chi mi chiamava “Amore”. Inizia così il post pubblicato da Lidia su Facebook,nel quale aggiunge: “Io non credo che possa esistere un motivo per giustificare tale ferocia. Nessuna scusa, nessuna giustificazione”.

Nelle parole di Lidia si legge la rabbia di una donna che vive, ma che continua a lottare contro quell’uomo che diceva di amarla e contro una società che, molto spesso, colpevolizza le vittima, o semplicemente volta lo sguardo dall’altro lato, pur di non vedere.

“Ho denunciato ma sono stata abbandonata. Non merito di ricominciare a vivere? Non merito serenità? No. Tutto deve essere concesso solo a loro, agli assassini. Per loro vi sono premi, sconti di pena, perfino un lavoro. Ma la mia, la nostra pena, non avrà sconti. Io un lavoro lo avevo, lo amavo. Ora non esiste più. Ora c’è solo lo sconforto di essere stata abbandonata da uno Stato che ci dice di denunciare, di essere forti e poi ci lascia morire, nell’indifferenza più totale – ha concluso -. Io parlo a nome di tutte le donne vittima di violenza. Di quelle che hanno paura, di quelle che hanno denunciato, di quelle che non ci sono più, dei loro e dei nostri figli, dei bambini uccisi in nome di una vendetta senza senso”.

Le foto

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