Trentasei anni fa l’uccisione del termitano Antonino Burrafato, il ricordo del figlio

Sono trascorsi esattamente 36 anni da quel tragico 29 giugno del 1982, quando per ordine del boss Bagarella, veniva freddato alle 15,30 il brigadiere termitano Antonino Burrafato.
L’uccisione di Burrafato avvenne in un periodo nel quale la mafia colpiva assiduamente gli uomini dello stato, solo due mesi dopo infatti, la mafia uccise anche il Prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa, era 3 settembre 1982.  La morte di Antonino Burrafato accadde quasi nel silenzio, nascosta dalla frenesia dei mondiali che si tenevano in quei giorni. A distanza di trentasei anni, himeraweb.it vuole ricordare un grande uomo, anche attraverso le parole del figlio, Salvatore Burrafato.

Un uomo dedito al suo lavoro e ai suoi doveri

Antonino Burrafato nacque il 13 giugno 1933 a Nicosia. La sua dedizione e i suoi valori lo portarono ad entrare nella polizia italiana. 
Nel 1982 svolgeva servizio come brigatiere presso l’ufficio matricola della Casa circondariale dei Cavallacci di Termini Imerese.
Antonino Burrafato era un uomo dedito al suo lavoro, dove si distingueva per il suo essere scrupoloso, fedele e attento esecutore degli ordini che gli venivano impartiti. Inoltre, spesso pur essendo apertamente contrario ad ogni forma di compromesso o di sudditanza nei confronti dei reclusi, si mostrava comprensivo per i loro problemi, sempre e comunque nei limiti consentiti dalla legge.
Fu il suo essere scrupoloso ed esecutore degli ordini, che portarono a “firmare la sua condanna a morte”. Antonino Burrafato era un uomo di legge, che rispettava la legge e ciò che gli veniva imposto dai suoi superiori, per questo non piacque a chi, poi, ordinò la sua esecuzione.

Nel 1982, il boss Leoluca Bagarella, in transito presso i Cavallacci, stava tornando a Palermo a causa della morte del padre. Nel frattempo però, gli doveva essere notificata una ordinanza di custodia cautelare in carcere, quindi di conseguenza non si sarebbe potuto recare a Palermo.
L’arduo compito toccò al brigadiere Burrafato, uomo che osservava alla lettera il regolamento. Burrafato impedì a Bagarella di recarsi al funerale del padre.
Questo gesto e questo suo rispettare le regole non piacque a Bagarella, che dopo un accesa disputa giurò di vendicarsi.

L’uccisione del vicebrigadiere Burrafato nel racconto del figlio

Nel pomeriggio del 29 giugno 1982, Antonino Burrafato, venne freddato da un commando composto da quattro uomini. Erano le 15,30 quando Burrafato si accasciò a terra, sotto i colpi delle armi da fuoco, a pochi metri della Casa Circondariale dei Cavallacci, dove si stava recando al lavoro come ogni giorno.
Spirò poco dopo presso l’ospedale “Salvatore Cimino” di Termini Imerese, lasciando la moglie e il figlio non ancora diciassettenne. 

«Era il 29 giugno 1982 e come oggi impazzavano i campionati mondiali di calcio -ci racconta il figlio, Salvatore Burrafato-. A differenza dei giorni nostri, l’Italia c’era, tant’è che vinse i mondiali che si giocavano in Spagna. A distanza di 36 anni i ricordi vanno a quelle ore. Dall’attesa per la partita Italia – Argentina, al frenetico susseguirsi di notizie che seguì l’omicidio di mio padre, che come ogni giorno, andava al lavoro all’ufficio matricola del carcere dei “Cavallacci”.
Aveva 49 anni. Freddato in piazza San Antonio, soltanto per aver fatto il proprio dovere, per essersi schierato dalla parte dello Stato. Mio padre era consapevole del suo ruolo e dei suoi doveri -prosegue-. Ed ha operato con serietà, correttezza, diligenza ed intransigenza, applicando soltanto le norme che regolano la vita carceraria. Nulla di più. Ma gli anni ‘80 erano davvero terribili! E l’omicidio di mio padre sta nel bel mezzo tra l’esecuzione mafiosa di Pio La Torre (30 aprile 1982) e l’assassinio del Prefetto di Palermo, Carlo Alberto Dalla Chiesa (3 settembre 1982). Poi un lungo oblio, il silenzio avvolge il delitto Burrafato. Rischia davvero di essere dimenticato. Ma Antonino Burrafato non poteva essere un eroe normale, ma dimenticato». 

Come scritto precedentemente, l’uccisione di Antonino Burrafato avvenne in un periodo nel quale venne quasi “nascosta”, messa da parte, anche dai giornali stessi, troppo occupati a parlare di altro.

La verità su quel 29 giugno del 1982

In un primo momento dopo il delitto le indagini brancolavano nel buio. Le brigate rosse rivendicarono l’omicidio tramite una telefonata al centralino del Giornale di Sicilia.
La trascrizione recitava: “abbiamo giustiziato Burrafato, boia dell’Asinara”, ma Burrafato non era mai stato in servizio in Sardegna.
La verità si scoprì solo qualche anno dopo, come ci ha raccontato lo stesso Salvatore Burrafato.

«Le collaborazioni di uno dei tanti pentiti di quella stagione accendono i riflettori sul suo assassinio – prosegue a raccontarci Salvatore Burrafato-. Da lì il passo è breve. La giustizia ha fatto il suo corso ed in tempi brevi è giunta quella verità giudiziaria di cui è traccia nelle sentenze di condanna, oramai definitive, nei confronti del mandante e degli esecutori materiali. Da quel momento in poi Antonino Burrafato è stato un po’ meno dimenticato».

Fino al 1996 le indagini non portarono a niente, fino a quando il pentito Salvatore Cucuzza confessò di aver partecipato, fra gli altri delitti, all’assassinio del vicebrigadiere, per ordine di Leoluca Bagarella, cognato di Salvatore Riina.
Il gruppo di fuoco, uno dei più feroci dell’epoca, era composto da Pino Greco detto “Scarpuzzedda”, Giuseppe Lucchese, Antonio Marchese e dallo stesso Cucuzza.

“L’errore” di Burrafato era stato quello di aver applicato il regolamento carcerario al boss.
Le rivelazioni di Cocuzza confermarono le intuizioni del capitano dei carabinieri Gennaro Scala. Quest’ultimo infatti, pochi giorni dopo il delitto, aveva dichiarato nel suo rapporto che dietro al delitto, c’era sicuramente la mano di Cosa Nostra.

Nel ricordo di Antonino Burrafato

Dal momento della scoperta della verità, sono stati molteplici i riconoscimenti in memoria del brigadiere Burrafato.

«Dapprima la medaglia d’oro al valore civile e l’intitolazione di una piazza a Termini Imerese e della villa comunale a Nicosia -prosegue a raccontarci Salvatore Burrafato-. Successivamente un cippo commemorativo in ricordo del suo sacrificio a Piazza San Antonio ed il documentario girato dagli studenti dell’istituto Palmeri e l’Ecap che ripercorre la sua uccisione. Ed ancora le tante pagine della memoria che hanno accompagnato il suo ricordo: dal giardino della memoria a Palermo, al premio annuale riservato agli studenti meritevoli promosso dalla Uil Fpl di Enna e dal Centro Studi Lavoro & Cultura di Nicosia o l’iniziativa spontanea promossa dai “colleghi”, di ieri e di oggi, che ogni anno depongono, con le lacrime agli occhi – sotto l’egida di uno pseudonimo (“i mitici di via Zara 28) – una corona di alloro nel cortile di quel carcere che oggi porta il suo nome.
Recentemente infatti, per volontà del Dipartimento della Polizia Penitenziaria l’istituto è stato intitolato ad Antonino Burrafato».

Le riflessioni del figlio Salvatore Burrafato a 36 anni dalla morte del padre

«In queste ore il mio pensiero va alle donne e agli uomini della Polizia penitenziaria. Al loro lavoro e al loro sacrificio quotidiano -afferma Salvatore Burrafato –. Mi ritornano in mente le tante, giuste analisi sul mondo della detenzione, che talvolta sembrano quasi privilegiare i reclusi a scapito degli agenti della polizia penitenziaria.
Ai tempi di mio padre, agenti di custodia. Oggi poliziotti penitenziari. Tanto è cambiato ed in meglio, ma quanti hanno piena contezza del servizio importante che rendono al Paese? Pochi, certamente non tutti, anche a partire dalle Istituzioni preposte che, forse, non ne sono pienamente coscienti e consapevoli -conclude-. Con questo auspicio vivo la vigilia del ricordo Antonino Burrafato in occasione del 36º anniversario dalla sua scomparsa».

La commemorazione di oggi

In occasione del 36º anniversario del sacrificio di Antonino Burrafato, si terrà oggi alle 18,30 un messa in suo onore, presso la Chiesa di Sant’Antonio a Termini Imerese.